Il mio ritorno a casa

Questo è un articolo che non avrei mai pensato di scrivere. Eppure lo sto scrivendo.

Doverosa premessa: io sono sempre stata, in un certo senso, la ribelle della famiglia. Non nel senso che preferivo dire no piuttosto che sì. Anzi, a volte mi sentivo fin troppo accomodante. Molto probabilmente era una mia impressione, visto che finivo a fare cose che non volevo fare, vedere gente che non mi interessava vedere… e non mancavo di farlo notare.
Per vari motivi però ci ho messo un bel po’ ad andarmene da casa. Ma quando l’ho fatto ho messo una bella distanza tra me e loro. Senza tagliare del tutto i ponti, perché non ce n’era bisogno: mi bastava potermi fare i fatti miei.

Penso sia altrettanto doveroso aggiungere che i migranti che passavano le ferie al loro paese d’origine li ho sempre trovati patetici. Voglio dire, se sei un migrante avrai avuto le tue buone ragioni per migrare. Cosa c’entra il ritorno?

Come ultima premessa aggiungo di essere sempre stata estremamente riservata per quanto riguardava gli uomini. Ero giovane, e le relazioni stabili mi spaventavano a morte, e quando un uomo minacciava di diventarlo, una relazione stabile, allora mi davo alla fuga. E poi non ne parlavo mai… un po’ per paura di ritrovarmi incastrata se l’avessi fatto, un po’ perché in fondo saranno anche fattacci miei.

Ora è diverso… forse sono cambiata, forse ho fatto comunque abbastanza delle esperienze che volevo fare, ma un legame per me non è più una minaccia. È un punto d’appoggio, una spalla su cui piangere, potrà essere la fatica di dover stare in due quando ho bisogno solo di stare sola… ma non più qualcosa di spaventoso.

Mi sono trovata a fare un viaggio al paesello, per necessità: una di quelle feste familiari che quando non si ripetono ogni dannata settimana in fondo sono anche piacevoli. Ho visto gente che non vedevo da anni, quasi tutti mi hanno chiesto di farmi viva più spesso… e quasi tutti mi hanno trovata cambiata, migliorata come carattere. Eh, cari voi che me lo avete chiesto e mi ha fatto anche piacere, se mi facessi viva più spesso alla fine non sarei più io…

Comunque la più grande sorpresa che potessi fare a tutti è stato quello che ho fatto in realtà: presentarmi con un uomo.
Un uomo che è piaciuto a tutti, che ha apprezzato il viaggio e che mi ha chiesto di tornare. E il bello è che tornerei anche. Questa è la parte più incredibile del post, quella alla quale non avrei creduto solo pochi anni fa… Ma è quello che è successo davvero.

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Una tranquilla mattina di… ehm… lavoro?

Strana giornata, oggi.
Era cominciata già lunedì, quando è arrivata la telefonata.

In sostanza, ho iniziato da pochissimo uno stage. Da talmente poco che finora abbiamo solo configurato i vari pc, prima un pc fisso che si trova in una scuola dove avrei dovuto fare lo stage, poi il pc portatile del mio collega, poi il mio pc di casa. E non è un’operazione banale quanto potrebbe sembrare.

Il primo giorno di stage è stato qualcosa di particolare in effetti: lavorare in una scuola deserta, chiusa per passaggio di gestione, a chi come me è abituato a vederla, o meglio a sentirla, estremamente rumorosa, fa uno strano effetto.
Poi il primo contrordine: non possiamo stare lì. Nessuno potrebbe, in effetti, per evitare problemi. Bene, vorrà dire che lavoreremo da casa nostra. Anzi, meglio, si evita il traffico della mattina.
Lo svantaggio è che devo configurare il mio pc di casa esattamente come era configurato il fisso che era nel laboratorio. Altri due giorni che se ne vanno così.

Lunedì il secondo contrordine: non possiamo lavorare da casa nostra, per problemi di copertura assicurativa. Andiamo solo per un attimo alla scuola, a recuperare un pc portatile per me e copiarci i dati che sono sul disco fisso del pc fisso.
E così passa la mattina.

Se non altro un posto dove stare l’abbiamo trovato, e anche comodo. Ci spostiamo lì e rifacciamo il lavoro di configurazione, che per fortuna è veloce perché sul portatile ci sono già tutti i programmi tranne uno.
Solo che quando possiamo cominciare a fare qualcosa è già pomeriggio. Il nostro tutore ci assegna i compiti, dando per scontato che io sappia comunque cosa dobbiamo fare (il che mi fa molto piacere ma non so fino a che punto è vero), e ci lascia soli in una saletta relativamente tranquilla.

Ci mettiamo al lavoro, su cose abbastanza semplici, e da lì cominciamo a notare problemi che prima non avevamo notato. In particolare, un programma che dovrebbe servire a lavorare tutti su una stessa copia del progetto, permettendoci così di sincronizzare i nostri lavori, in realtà non ci permette di scrivere su quella stessa copia, permettendoci così di non sincronizzare un bel niente.
Ne parliamo con il tutore e decidiamo di pensarci il giorno dopo.

Il problema diventa più serio quando, dopo il caffè di metà pomeriggio, lo stesso programma decide di non farmi vedere quello che ho scritto. Della serie: posso ancora lavorare, sì, ma non ho modo di sapere se quello che scrivo funziona o no, appare come lo vorrei io o no. Lavorare al buio.

E si è fatta sera e ci accorgiamo di aver perso anche questa giornata.
C’è di buono che mi sono ritrovata un pc portatile aziendale.

Che roba è questa?

Niente più che una prova, in fondo…
L’URL del blog risale a un episodio del mio passato, ed è un caso: tutti gli URL che mi sarebbero piaciuti erano già presi, ho voluto provare qualcosa di assurdo per vedere se per caso non fosse preso anche quello. Non lo era.

“Hiukset kuntoon” in finlandese (lingua che tra l’altro non conosco) vuol dire “sistemati i capelli”; l’ho scelta per due motivi: il primo è che è la cosa più assurda che mi è venuta in mente, il secondo è che riassume fin troppo bene quello che era diventato il mio lavoro.
Da “brava, hai fatto un ottimo lavoro, continua sempre così” (detto da un capo uomo) a “sistemati i capelli, è un peccato, oggi che hai una maglietta così carina” (detto da un capo donna!) il divario è enorme e ben visibile.
E da ricordare in un blog.